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Stereotipi nazionali e calcio ai mondiali

Un altro mondiale è vicino all’ultimo atto: domenica sapremo quale nazione tra Germania e Argentina siederà sul trono del calcio per i prossimi quattro anni. Quello che stiamo vivendo è senza dubbio un mondiale strano, con pochi goal e molto equilibrio. Quasi tutte le partite sono terminate con vittorie risicate o pareggi, anche tra squadre di qualità calcistica molto diversa. Il clima caldo umido del Brasile ha sicuramente spinto in questa direzione, come anche l’assenza di vere corazzate.

In una situazione del genere, con così tanto equilibrio, ad emergere e fare la differenza finora è stato il carattere. Sono stereotipi, ma hanno un fondo di verità, quelli che dipingono l’America Latina come passionale e i paesi del Nord Europa come razionali. Saranno i geni, sarà la cultura, ma è vero che, con le ovvie eccezioni, molti individui rispecchiano lo stereotipo nazionale, soprattutto quando sono riuniti in gruppo.

Le genti del Mediterraneo, culla della civiltà occidentale, sanno essere autrici di epiche imprese, ma solo se spinte da motivazioni massime. La Spagna, campione uscente, era forse troppo piena di star appagate per poter sputare sangue sull’erba come nel 2010 e la sua permanenza nella coppa è risultata di una brevità storica. L’Italia, invece, si è adagiata troppo in fretta sugli allori della prestigiosa vittoria sull’Inghilterra, mancando della giusta concentrazione contro la Costa Rica. Nella sfida decisiva contro l’Uruguay, gli azzurri hanno dato il massimo, ma la sfortuna di un arbitraggio impreciso ha punito il loro atteggiamento incostante. Forse, superato a fatica il girone, a partire dagli ottavi avremmo visto un’Italia al top, come successo spesso in passato, ma non è sempre domenica, la sufficienza è un lusso che non ci si può permettere a livelli così alti. La Grecia, ben più povera di Italia e Spagna tecnicamente, è arrivata più lontano, spinta, era chiaro, da stimoli ardenti.

Il Mediterraneo è così da più di due millenni, difficile da cambiare. L’America Latina, invece, negli ultimi anni ha visto grossi cambi di mentalità. Squadre di qualità come Cile e Colombia e altre più modeste, come la Costa Rica, hanno riflesso sul campo questi cambi, mostrando a tratti bel gioco e spaventando le big. Sono andate vicino ad aprirsi uno spazio nelle zone prestigiose del calcio, ma è mancato ancora qualcosa. Perchè alla fine le quattro semifinaliste erano tutte grandi squadre.

La sfida più sorprendente di tutte, è chiaro, è stata Brasile-Germania, terminata con un imprevedibile 1-7. Un risultato clamorosamente storico: mai nessuno aveva perso una semifinale di un mondiale con 6 reti di scarto, meno ancora il Brasile che era imbattuto in casa in gare ufficiali dal 1975. Ma cosa ha reso la Germania così superiore ai suoi avversari? Beh, tecnicamente, differenza ce n’è: la squadra di Loew non è un dream team, ma è completa e solida in tutti i reparti. I verdeoro non sono, invece, nella loro miglior epoca e le assenze di Neymar e Thiago Silva hanno acuito la pochezza tecnica della squadra. Eppure la differenza non era così abissale da giustificare una tale batosta, c’è qualcosa in più: si sono scontrate due culture, due mentalità, due concezioni del calcio diamentralmente opposte. La passione irrazionale dei brasiliani è il carburante perfetto per una squadra di grande qualità, ma si è dimostrata disastrosa quando alla mancanza di tecnica bisogna sopperire con ardore e presenza di mente; la fredda organizzazione razionale dei tedeschi, invece, è una costante capace di mantenerli sempre tra i migliori al mondo: questa era la loro quarta semifinale consecutiva e domani li attende l’ottava finale della loro storia. Ma il loro merito maggiore è di non essersi limitati a gestire la situazione, ma di aver saputo reinventare questa loro razionalità, traducendola in un calcio brillante, divertente ed estremamente efficace. Se il calcio è specchio del mondo reale, questa Germania coincide perfettamente con quella che è saputa uscire dalla crisi economica con razionalità ma anche con produttiva intraprendenza. Al Brasile, umiliato in casa, non resta che cercare risposte a un tale disastro. Sicuramente il panico che assaliva i giocatori verdeoro mentre la Germania segnava ha contribuito a gonfiare ulteriormente il risultato, ma ciò si somma anche all’incapacità di soffrire e di gettare il cuore oltre l’ostacolo mostrata in campo da una squadra che camminava. A perdere è stato anche il pubblico, autore di fischi comprensibili, ma comunque fuori luogo.

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Nell’altra semifinale, invece, forse impaurite dal crollo del Brasile, Argentina e Olanda hanno applicato una versione estremizzata del catenaccio, tale da far impallidire lo stesso Trapattoni. Atteggiamento non solo irrispettoso nei confronti di chi ha pagato il caro prezzo del biglietto per poi assistere ad uno spettacolo che rasentava lo zero, ma anche autolesionista: con Robben, Van Persie e Sneijder da un lato e Messi, Agüero, Higuaín e Lavezzi dall’altro, entrambe le squadre avvrebbero potuto cercare di vincere. Non averci provato ha significato affidarsi alla lotteria dei rigori. Gli olandesi sono simili ai tedeschi come indole e mentalità, ma la mancanza di iniziativa li ha giustamente puniti. Gli argentini, invece, si ritrovano in finale senza accorgersene, grazie alla tenacia che li contraddistingue, ma forse anche con un pizzico di fortuna. Domani al Maracanà, per diventare campioni, ci vorrà di più. Bisognerà saper superare i propri limiti, evolvere anche culturalmente e guadagnare così il favore della dea Nike. La Germania per ripetersi, e non è facile; l’Argentina per rinascere. Entrambe potrebbero trarre ispirazione dall’Algeria, squadra sorprendente per abnegazione e ardore, capace di lottare eroicamente contro i tedeschi, sfiorando l’impresa di eliminarli. Suleiman che giace sul campo, stremato, è il simbolo di questa squadra che, come altre, rispecchia con fedeltà la storia nazionale: nei giocatori algerini si è vista la stessa estrema voglia di cambiare che ha portato i loro connazionali a vivere in questi anni la primavera araba di rivolta. Sono queste le squadre che Nike guarda di buon occhio.

One Response to “Stereotipi nazionali e calcio ai mondiali”

  1. Xebalon scrive:

    Alla faccia del gancio, dal calcio alla primavera araba, bel finale ;)
    Comunque io non ricordo neanche chi ha vinto -.- per la serie “i mondiali non hanno lasciato granché quest’anno. Troppo equilibrio come dicevi, pochi spunti interessanti, no?

    Bell’esercizio di stile comunque, come sempre.

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