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Per un nuovo mondo

07 GIUGNO 2011

 

Quella del 15 maggio 2011 era nata solo come una manifestazione qualunque, una delle tante, destinata come le altre a far fugace comparsa sui mezzi di comunicazione, magari raccongliendo anche il consenso di molti, ma svanendo comunque nel nulla poco dopo, inascoltata. Così sarebbe sicuramente stato pochi mesi fa, ma non ora: sembra proprio che, dopo anni di silenzio, il popolo spagnolo abbia deciso di tornare in piazza per far valere i propri diritti in modo molto più deciso. Così oggi, 7 giugno, la manifestazione non è ancora finita. Chi aveva occupato le piazze di molte città iberiche ormai più di 3 settimane fa, non le ha ancora lasciate. Molti ragazzi tuttora dormono nei sacchi a pelo, accampati tra le colorate tende e teloni montati con laboriosità. Le concentrazioni maggiori, come facilmente immaginabile, si trovano nelle città più grosse: la Puerta del Sol di Madrid e la Plaça Catalunya di Barcellona, alle quali si sono aggiunte Saragozza, Malaga, Granada, Bilbao e poi via via moltissime città e paesi di Spagna.

Le ragioni di un movimento giunto ad avere tanta portata si trovano facilmente nella dilagante corruzione che regna nella politica ed economia spagnola, soprattutto ad alti livelli. La crisi, causata da investimenti senza fondo nel settore edilizio e bancario, non la stanno pagando i colpevoli, grava invece sulle spalle dei cittadini onesti nella forma di maggiori imposte e tagli alla sanità e istruzione pubblica. Le banche indebitate vengono salvate dal tesoro dello stato, evitando così la giusta pena ai truffatori, mentre nei palazzi del governo continuano i banchetti alla salute del popolo che finanzia i continui aumenti di stipendio dei parlamentari, approvati all’unanimità come già si è abituati a vedere in Italia. La crisi del sistema capitalistico ha reso ora ancor più evidenti le falle di un modello che già da tempo stava mostrando grosse lacune e destando perplessità non solo per il disprezzo della giustizia di cui è impregnato, ma anche per la sua scarsa sostenibilità: il Pianeta Terra da molti anni piange le sue innumerevoli ferite, il prosciugamento smodato delle risorse, l’inquinamento dilagante e a volte anche devastante come nel caso del nucleare.

Quella che viene spacciata dai potenti come una sacra e inviolabile democrazia assomiglia invece ben più ad una plutocrazia, in cui, dal piccolo al grande, il datore di lavoro non aumenta lo stipendio del dipendente come sarebbe stabilito per legge con la facile scusa della crisi, negli ospedali ci sono liste d’attesa di 6 mesi o più per mancanza di personale e di strumenti, eppure si approvano leggi di tagli al settore pubblico e allo stesso tempo si aumentano lo stipendio dei parlamentari e gli incentivi alle banche. Ci sono 2 pesi e 2 misure: chi ha denaro e potere politico se ne approfitta per i propri scopi personali e le rigide regole di una equa democrazia capitalistica restano da rispettare solo per il popolo.

Cosa c’è di nuovo in tutto questo? Purtroppo non molto, se non le dimensioni sempre maggiori dei misfatti. Ma quello che sta cambiando ora è la decisione del popolo a reagire a queste ingiustizie e a non abbassare la testa. Chi occupa ora le piazze, lo fa dichiarandosi “indignato” da questa vergognosa prepotenza antidemocratica: da qui il nome “indignados” con cui ci si riferisce ai manifestanti del 15 maggio.

In questo momento storico, quindi, gli accampamenti nelle piazze si formano spinti dalla voglia di creare un mondo nuovo, più pulito, equo e trasparente, dove finalmente regni la giustizia. Molte sono le cose da cambiare e gli indignati hanno ben chiare quelle più importanti che hanno già inserito nelle richieste da fare al governo.

Le proteste diventano accampamento stabile nella piazza di Puerta del Sol a Madrid

In Plaça Catalunya, a Barcellona, gli accampati hanno già stilato un documento che chiamano “demandes de mínims”, cioè una lista di mozioni politiche che vengono richieste al governo per tornare ad avvicinarsi ad una vera democrazia e cancellare o per lo meno attenuare le tante ingiustizie che hanno portato l’Indignazione popolare ad avere la “I” maiuscola. Molte di queste richieste sono sia ovvie e basilari per la democrazia che lontanissime dalla situazione attuale, tanto da farle considerare utopiche: una delle richieste, per esempio, è la drastica riduzione dello stipendio dei politici oltre che l’annullamento di tutti i privilegi di cui godono. Sentendo ciò, chiunque scoppierebbe amaramente a ridere, ben consapevole che nessun politico mai accetterà una simile legge di riduzione, anzi i cittadini di tutta Europa si scandalizzano spesso per l’aumento di stipendio che i parlamentari stessi si applicano in continuazione. Pensare che accettino la riduzione è utopico, eppure è chiaro che alla base di una vera democrazia sta il fatto che i politici percepiscano stipendi normalissimi, non certo superiori alla media, in modo che la carriera politica venga percorsa solo per vocazione, non per l’interesse a ottenere denaro facile.

Della stessa vitale importanza sono le altre mozioni richieste nel documento degli accampati di Barcellona: elezione diretta dei governanti e non attraverso i partiti; aumento del 5% delle imposte sulle banche e sulle altre grandi imprese economiche (si sottolinea che questa sola mozione risolverebbe del tutto il deficit pubblico dello stato spagnolo che viene usato, invece, come scusa dal governo per applicare tasse ai lavoratori meno abbienti e continui tagli ai servizi pubblici); finanziamenti alla sanità e all’istruzione pubblica, in modo da fornire un servizio di qualità a tutti, come diritto inalienabile di ogni essere umano; leggi severe contro ogni discriminazione razziale e sessuale (contro donne, gay, lesbiche, transessuali), in modo da creare veramente una società egualitaria dove ognuno possa esprimersi in libertà; promozione di cultura e informazione libere e pluraliste; protezione dell’ambiente del Pianeta. È chiaro che queste vengano definite “richieste minime”, perchè un governo non è pienamente democratico se anche solo una di esse non viene soddisfatta. In Spagna e negli altri paesi europei molte di esse vengono clamorosamente disattese e le nostre “democrazie” mostrano tutto il marcio che le ha corrotte da dentro.

Oltre alla validità degli ideali, però, gli accampamenti spagnoli si sono distinti finora anche per altre ragioni come il funzionamento stesso del gruppo. Ogni decisione, che riguardi lo stesso accampamento, le manifestazioni da organizzare o quali mozioni inserire nelle richieste minime, viene presa in modo collettivo: ogni giorno in Plaça Catalunya attorno alle 21 si apre l’assemblea, cioè un dibattito aperto dove chiunque può esporre le sue idee ed ha 2 minuti di tempo per farlo. È sempre presente al fianco del parlante anche una persona che traduce nel linguaggio dei segni in modo da rendere il dibattito accessibile anche ai non udenti. Durante i turni di parola, le persone sedute di fronte esprimono la loro opinione con gesti: alzare le mani e sventolarle significa approvazione, incrociare le braccia invece esprime dissenso. I temi dibattuti rimangono all’ordine del giorno e si lascia ai partecipanti il tempo di ragionarvi per poi poter votare ad alzata di mano nell’assemblea del giorno successivo. In questo modo, come nell’agorà di una città greca, sono state approvate le richieste minime e ogni altra azione del movimento, dando una grossa lezione della dimenticata democrazia ai vari livelli di governo: tutti possono dire la propria opinione e tutti possono votare.

Gli accampati si sono divisi il lavoro secondo le loro inclinazioni e studi, creando commissioni addette alle varie mansioni: quella della comunicazione crea i testi per il blog e per i volantini che la commissione di diffusione si incarica di moltiplicare e distribuire, con lo scopo di informare molti altri sulla situazione attuale; c’è una commissione di cucina che prepara da mangiare per gli accampati e per chiunque se ne voglia servire gratuitamente; un’altra di assistenza sanitaria e una giuridica, entrambe formate da professionisti volontari; ci sono poi le commissioni di estensione e quella internazionale che promuovono la coordinazione con gli altri accampamenti di Spagna e del resto del Mondo, con la speranza di allargare il movimento e di renderlo così più forte. C’è insomma un’organizzazione totalmente orizzontale, senza capi né portavoce, basata invece sulla divisione del lavoro secondo le abilità individuali, come in una vera società meritocratica.

Il potere costituito del governo non ha tardato a notare il movimento: troppe accuse pungenti, troppa bella mostra di virtù per lasciar passare. Dai vertici catalani è giunto l’ordine di far piazza pulita e il 27 maggio, con la banale scusa di permettere ai netturbini di pulire Plaça Catalunya, la polizia ha sfoderato i manganelli, colpendo senza pietà ragazzi, donne e persone anziane che avevano la sola colpa di non voler abbandonare la piazza dove esercitavano il loro diritto a manifestare nel pieno rispetto della legge. Manganellate, colpi ingiustificati e persino il furto e scasso di vari computer e materiale di lavoro dell’accampamento: un attacco in piena regola ad un movimento diventato scomodo in pochi giorni. Ma alla violenza illegale della polizia gli indignados hanno risposto con i fiori: petali ai piedi dei poliziotti e fiori nelle mani dei manifestanti in segno di pace oltre che parole di indignazione e di sconforto. I funzionari se ne sono andati con le mani vuote, la piazza ha resistito, occupata, e il governo catalano ha così marcato un clamoroso autogol, ferendo 120 persone che rispettavano la legge, attaccando con violenza e nell’illegalità, ricevendo in cambio una lezione di pacifismo e civiltà che gli ha rovesciato l’opinione pubblica contro.

“Utopia” sta sfidando “Plutocrazia”. Un mondo che non esiste ancora, se non nei sogni dei giusti, sfida un potere costituito dotato di mille armi, capace di attaccare in modo subdolo e di giocare sporco senza scrupoli. Ma nelle vene della gente del popolo scorre sangue caldo e nei loro animi coraggiosi albergano ideali dalla forza straordinaria. I fiori, simbolo della resistenza pacifica, si sono dimostrati arma ben più forte dei manganelli, la polizia non ha saputo rispondere alla loro forza, non sa combattere su questo piano. Finché continueranno così, gli accampati potranno sognare che l’utopia trovi spazio un giorno nel mondo reale. Del resto non è impossibile come vogliono farci credere: in Islanda è in corso una rivoluzione molto simile a quella spagnola, rivoluzione che ha portato alla dimissione in blocco del governo, nazionalizzazione delle prime 3 banche del paese e formazione di un’assemblea costituente. In pochi lo sanno, “stranamente” il potere centrale degli stati europei ha censurato questa pericolosa notizia che può dare coraggio ai rivoluzionari; anzi, l’Europa dice che l’Islanda non soddisfa i requisiti economici minimi per unirsi all’euro. Poco male, speriamo piuttosto che l’Europa abbia i requisti sociali necessari per unirsi all’Islanda. Per un mondo nuovo.

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