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Uguaglianza

L’uomo è un animale sociale. Fin dai primordi scoprì che unendo le forze con quelle dei suoi simili poteva migliorare di gran lunga le sue condizioni di vita, per esempio, cacciando animali più grandi. L’unione fece la forza dell’essere umano e la vita in società gli consentì di crescere. Il surplus agricolo permise ad alcuni membri del gruppo di dedicarsi ad altre attività e nacquero i primi vasai, gli artisti e i sacerdoti; fiorirono l’artigianato, la religione, la filosofia, la scienza, e la vita umana fece un salto di qualità. Ma il benessere che ne derivò non si diffuse in modo uniforme: si scatenò l’infinita disputa per il potere e i vincitori ottennero uno status privilegiato. Alcuni si fregiarono del titolo di ἄριστοι (àristoi – “i migliori”). Consideravano se stessi più importanti degli altri per il loro presunto sangue nobile e con esso arrogavano per sé il diritto di accentrare potere e ricchezza. Fu così che la sostanziale equità del villaggio preistorico venne sostituita da una forte stratificazione sociale che vedeva da un lato i sontuosi banchetti dell’aristocrazia, dall’altro gli stenti della plebe per sfuggire alla fame. “L’unione fa la forza!”, ma fu dimenticato da chi preferì il luccichio dell’oro alla solidarietà di gruppo. I nobili dimenticarono che la loro ricchezza non poteva esistere senza una plebe che lavorasse per loro e, accecati dalla brama di potere, negarono persino il pane ai loro simili.

Molto presto, dunque, il potere contaminò la coesione nella società umana. Ma il benessere ottenuto si fondava proprio su questa solidarietà e così fin dall’antichità giunsero le prime risposte al marcato disequilibrio che regnava. Già allora emerse un forte sentimento di unità e l’uguaglianza si affermò come un ideale importante della coscienza collettiva. In Grecia fioriva il dibattito filosofico, tanto che in alcune sue parti la giustizia era considerata un valore umano irrinunciabile, Atena ne era la protettrice. Una disparità tanto eccessiva da portare alcuni a morire di fame sarebbe stata un’offesa per la dea. Fu con questo spirito che alcune polis sperimentarono per prime una nuova forma di governo: la democrazia, il “governo del popolo”, il regno dell’uguaglianza. Ad Atene nel 5° secolo a.C. tutti i cittadini, riuniti in assemblea, votavano per decidere dell’amministrazione della città. Tutti erano uguali, tutti decidevano, non solo i nobili. L’uguaglianza non era comunque universale, le donne erano escluse dalla politica, così come gli schiavi e gli stranieri. Tuttavia Atene e le altre polis oltre 2500 anni fa crearono il primo grande modello di democrazia, a livelli per certi versi mai più eguagliati. La loro particolarità era quella di essere piccoli mondi in cui tutti i cittadini governavano direttamente, senza bisogno di intermediari, di politici di professione a cui affidare tutto il potere decisionale. In questo la democrazia diretta ateniese era nettamente superiore a quelle moderne in cui il “governo del popolo” è in realtà il governo dei rappresentanti del popolo, i politici, gli unici ad avere in mano il potere. L’uso che ne fanno, purtroppo, è spesso riprovevole.

Alcuni secoli più tardi, quando le polis greche erano ormai conquista dei romani, in un’altra lontana provincia dell’impero, lo spirito di solidarietà risorgeva in una forma nuova nelle parole di un profeta: in Palestina Gesù Cristo predicava l’amore per il prossimo, l’aiuto reciproco, la vita in comunità e la carità per combattere l’ingiustizia della miseria. Il suo messaggio rivoluzionario dilagò tra gli strati più umili dell’impero romano. Molti si aggrappavano al desiderio di uguaglianza che permeava le parole del profeta e lottarono per difendere il loro nuovo credo fino a quando, dopo massacri e persecuzioni, riuscirono ad affermarlo, istituendo la Chiesa. Ma il potere è acerrimo nemico dell’uguaglianza. Così quando l’impero si convertì al Cristianesimo, la Chiesa, forte del suo appoggio, dimenticò velocemente il significato di uguaglianza e pace nelle parole del profeta e disonorò il suo nome con azioni infami. Le Crociate furono guerre di conquista votate ad espandere il potere temporale della Chiesa al prezzo del sangue di molti innocenti, un vero insulto alla stessa filosofia cristiana di amore; ma anche i roghi delle streghe, degli eretici o di scienziati come Galileo o l’estorsione di denaro ai poveri con la promessa del paradiso sono esempi di come il potere può contaminare anche ideali puri. Oggi, dopo 2 millenni di storia, gli ideali cristiani non sono ancora riusciti a trionfare, insieme a uguaglianza e solidarietà. Il Vaticano straborda d’oro, mentre la fame affligge mezzo mondo; guerre atroci di puro imperialismo avvengono quotidianamente e i Papi non le condannano. Eppure Cristo non predicava carità e pace? Anche oggi, dopo essersi scusati per le atrocità commesse in passato, gli alti vertici della Chiesa Cattolica contraddicono gli ideali di Gesù Cristo, a partire dalla carità, sepolta sotto il marmo e l’oro dei Palazzi Vaticani, continuando con la benevolenza e la comprensione per il prossimo, sostituiti da intolleranza e dogmatismo, per finire poi con l’uguaglianza, trafitta dalla spada del potere ecclesiastico.

Tutte le volte che l’uguaglianza insorge e strappa conquiste, il suo regno è effimero, il potere la abbatte. Lo stesso avvenne ai tempi della rivoluzione francese, quando il popolo, ridotto all’estrema miseria, si ribellò al sistema aristocratico che vigeva. Guidato da Robespierre, lo strato più umile di Parigi ottenne una vittoria storica, demolendo la monarchia francese e istituendo una repubblica fondata sugli ideali di “liberté, égalité, fraternité”. Il privilegio nobiliare basato sul sangue fu cancellato con l’idea che tutte le persone fossero uguali. Tuttavia, la nuova società, egualitaria in teoria, non lo fu in pratica: il denaro accentrato nelle mani degli imprenditori conferì loro un potere devastante con il quale abusare dei più umili. Alla dittatura della nobiltà si sostituì quella del denaro, elemento capace di corrompere ogni principio di giustizia. La società borghese che si affermò in Europa dopo la rivoluzione francese non era veramente egualitaria. Nei secoli successivi, specialmente nel 900, la lotta della classe operaia fu determinante per affermare alcuni diritti dei più poveri.

Nello stesso secolo, la Russia viveva un’esperienza del tutto nuova: il popolo oppresso e affamato insorse in quella che fu poi ricordata come “rivoluzione d’ottobre”, gli zar furono destituiti e venne instaurato un governo comunista ispirato alle idee di Carl Marx. Il capitalismo, fonte di tanta corruzione e disparità, fu negato e venne sperimentato un modello economico antitetico, nazionalizzando l’agricoltura, le banche e l’industria. Con queste misure Lenin intendeva porre fine al grande divario tra ricchi e poveri; tuttavia il paese era ancora molto arretrato e la sua limitata produzione non permise di eradicare fame e miseria dal popolo. Le numerose rivolte che scoppiarono portarono i bolscevichi a usare il pugno di ferro per imporre il proprio credo. Così, quella che secondo le teorie comuniste sarebbe dovuta essere la fase della “dittatura del proletariato” divenne, invece, la dittatura del partito di Lenin. Anche allora la tanto auspicata democrazia fu perduta in favore di una dittatura del potere che si fece sempre più dispotica negli anni di Stalin. In quell’epoca anche progetti egualitari applicati dai bolscevichi come l’istruzione pubblica furono contaminati dalla manipolazione del consenso: l’insegnamento, per esempio, non era più libero, ma votato all’apologia di partito.

Il comunismo sovietico fallì, probabilmente perché la Russia non era pronta per un passo così lungo, sicuramente anche per la gestione tirannica del potere che di fatto negò l’uguaglianza di cui voleva essere portatrice. In Russia come altrove l’applicazione pratica del comunismo risultò in una dittatura, ben lontana dal “governo del popolo” o democrazia. Lo scopo nobile di abbandonare le brutture del capitalismo portò ad eliminare la proprietà privata e il libero mercato, intaccando, però, così anche la libertà personale dell’individuo. Tutti erano uguali, si, stessa casa, cibo, vestiti, forzati in un lavoro alieno, forzati ad approvare le scelte del partito e tutti demotivati e privi di quell’iniziativa personale che dà entusiasmo alla vita. Portata a questi eccessi, l’uguaglianza non è più un valore, diventa invece fanatica oppressione. Il senso di giustizia umano non auspica certo un mondo in cui le persone siano fotocopie e in cui la libertà individuale venga soffocata. Le persone sono diverse, amano esserlo, vivono in modi differenti, alcuni sono generosi, altri avari, alcuni si dedicano alle arti, altri a lavori fisici, alcuni sono laboriosi, altri pigri. Meritano forse di ricevere tutti le stesse ricompense a prescindere da quanto si impegnano? No. Che chi si impegna a fondo o è talentuoso ottenga riconoscimento e ricchezza! Che possa permettersi qualche lusso in più di chi non ha lavorato altrettanto bene! Ma che a tutti, anche ai meno realizzati, venga sempre riconosciuta la dignità di esseri umani. Ogni persona, anche la più povera, è giusto che riceva qualcosa da mangiare e che abbia un tetto sotto cui dormire, magari in cambio di volontariato sociale; è giusto che chiunque, povero o ricco che sia, riceva tutte le cure mediche necessarie quando ne abbia bisogno; lo stesso vale per l’istruzione, che sia pubblica e di qualità, in modo che a nessuno sia preclusa una buona educazione per mancanza di denaro. Il mondo industrializzato e produttivo del 3° millennio ha tutti i requisiti necessari per  garantire questi diritti all’intera umanità; se non si è ancora realizzato questo progetto, è solo per la tirannia del potere, insensibile di fronte a chi muore di fame o malattia. Non si pretende che chi ha trovato la fortuna economica se ne privi del tutto, ma solamente che il dislivello con i poveri non sia così alto da permettere l’esistenza di tanta miseria. Sono questi i principi che fanno dell’uguaglianza un grandissimo ideale: l’obbiettivo è garantire i diritti di base a ogni essere umano. Oltre a quelli già elencati, fondamentale è il diritto all’identità personale: tutte le persone sono uguali, indipendentemente da razza, cultura, religione, genere e orientamento sessuale. Che ogni discriminazione venga severamente punita, cancellato il pregiudizio, e che ogni nero o bianca o musulmano o lesbica venga giudicato solo per le sue azioni; la pelle non rende una persona migliore o peggiore, ma il suo comportamento e il suo senso di giustizia sì.

Una società che garantisce parità alla base permette agli individui più meritevoli di emergere ed essi si batteranno per un mondo più giusto. Uguaglianza e merito sono le 2 facce della stessa medaglia: favorire l’una significa propiziare anche l’altro. Forme economiche estreme come comunismo e capitalismo puri si sono dimostrate fallimentari su entrambi i piani: il comunismo tralasciò il merito per perseguire uguaglianza, ma la estremizzò al punto da negarla. Il capitalismo abbandona l’uguaglianza per premiare il merito, ma la casta dei ricchi che nasce in questo sistema arriva a distruggerlo (vedi sezione “Merito”). Come nel simbolo del Tao, uguaglianza e merito sono lo yin e lo yang; negare l’uno significa negare l’altro. Trovare il giusto mezzo, invece, è la via per farli prosperare entrambi. La sfera di influenza dei principi egualitari saranno i diritti di base: cibo, dimora, educazione, sanità e identità saranno garantiti a tutti, indipendentemente dalla disponibilità di denaro; secondo il valore del merito, invece, verranno premiati gli individui che emergono, permettendo loro l’accesso alle cariche pubbliche e alle professioni più qualificate e ricompensandoli con una maggiore ricchezza. In un sistema capitalistico come quello dei paesi europei, l’uguaglianza alla base è particolarmente fragile. Esistono una sanità e istruzione pubbliche, ottenute con anni di lotta e sangue, ma i governi le stanno lentamente distruggendo con continui tagli al settore pubblico. Questi servizi sono sempre più in mano a imprese private, cosi come beni primari come l’acqua potabile o l’elettricità. Tutto viene privatizzato, tutto funziona secondo il capitalismo che sta diventando sempre più estremo: è un grave errore. In questo modo anche beni primari vengono negati ai più poveri. Non esiste uguaglianza, a chi nasce nella miseria non viene neanche riconosciuta la dignità di essere umano. Non hai soldi? Muori di fame. Hai perso il lavoro? L’ospedale non ti cura. I tuoi genitori sono poveri? Non studi, anzi, lavori a 16 anni per combattere la miseria della tua famiglia.

I politici vogliono farci credere che la privatizzazione sia la via per uscire dalla crisi economica. È una grande menzogna. I vari boom economici del 900 ebbero luogo nonostante esistesse l’assistenzialismo, così come questa crisi non accenna a diminuire nonostante le privatizzazioni. Sono solo scuse accampate dai politici per arricchire ancora di più se stessi e gli imprenditori che li appoggiano o li minacciano. Dovrebbero essere i rappresentanti del popolo, eletti dal voto dei cittadini, ma tradiscono ignobilmente il loro ruolo, corrotti dal denaro. In un sistema capitalistico il denaro può corrompere chiunque e qualunque ideale. L’uguaglianza, poi, è la più grande nemica di chi brama potere. Difenderla è tanto difficile quanto importante. Per farlo bisognerà prestare molta attenzione a ogni nuova manovra di taglio al settore pubblico e osteggiarla. Certo non è facile, visto che decidono sempre quei pochi. Nell’Atene classica tutti i cittadini decidevano delle sorti della loro città senza bisogno di rappresentanti. Votavano per prendere le decisioni, non per eleggere qualcuno che le prendesse al posto loro. È questa l’unica vera forma di democrazia, l’unica in grado di garantire che tutti i cittadini decidano. La rappresentanza, invece, tipica degli stati contemporanei, mostra tutta la sua debolezza nei confronti della corruzione che la pervade. I politici obbiettano che è impossibile applicare la democrazia diretta a paesi di milioni di abitanti e che era possibile solo in realtà molto più piccole come l’Atene di allora. È ancora una menzogna, l’ennesima proveniente da quelle bocche velenose. Il referendum è una forma di voto diretto dei cittadini. La tecnologia di internet apre nuove strade al suo utilizzo per le votazioni. Senza bisogno delle grandi spese per allestire i seggi elettorali, ogni cittadino potrebbe facilmente votare da casa, dal suo computer. Si potrebbe utilizzare sempre più spesso il referendum, reso telematico, affinché siano veramente i cittadini a decidere, non politici corrotti che avvantaggiano se stessi. La democrazia diretta potrebbe finalmente rinascere e rendere le persone veramente uguali. Che tutte possano decidere, che l’egoismo di pochi non possa più usurpare il diritto che è di ogni uomo. Affinché il più forte non possa schiacciare il più debole, che trionfi il grande ideale dell’uguaglianza!

 

Dedicato a mio padre, il primo uomo che mi insegnò il grande valore dell’uguaglianza. In cielo brilla una nuova stella; la sua luce rossa mi mostrerà la via.

One Response to “Uguaglianza”

  1. casa16 scrive:

    Ho un unico commento da fare: GRANDE!!!!!!!!! e con non poca commozione condivido pienamente anche la dedica!!!!!!!!

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