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Merito

Il 1900 fu un secolo dominato, oltre che dalle guerre mondiali, da un confronto politico senza precedenti: da un lato il comunismo sovietico sventolava la bandiera rossa dell’uguaglianza, mentre dall’altro il capitalismo statunitense pretendeva di essere il modello che più favoriva il merito personale, ricompensando i migliori col denaro. Nel 1991 la caduta del regime comunista nell’Europa dell’Est fu salutata dal lato occidentale come la vittoria del capitalismo: il comunismo, affermarono, aveva fallito perché, negando la libera iniziativa e la proprietà privata, privava l’individuo dell’interesse per il lavoro che muove l’economia. Che si impegnasse a fondo nel proprio lavoro o che si perdesse nell’ozio, il cittadino sovietico avrebbe ricevuto comunque la stessa ricompensa. Questa fu ritenuta una delle cause principali dell’improduttività economica del comunismo russo e da allora il capitalismo, seppur in forme diverse, si diffuse in quasi tutto il mondo. Si affermò sia dal lato pratico, come unico modello funzionante, sia da quello etico in quanto premiava i più abili e volenterosi.

Si può, quindi, a buon diritto concludere che la società in cui viviamo oggi, essendo capitalista, favorisca il merito? Prima di tutto va definito il concetto. Vengono considerati “meriti” di una persona le sue migliori qualità, le azioni in cui si è distinto e le conoscenze di cui dispone. Principalmente si dividono in qualità morali e abilità pratiche e sono in parte diretta espressione della sua indole e in parte derivano dall’educazione che ha ricevuto. In una società giusta, quindi, il merito è il principio secondo cui vengono assegnati i posti di lavoro e le cariche politiche. Nell’assunzione di un lavoratore un’impresa dovrà valutare le competenze specifiche acquisite dai candidati e le loro abilità necessarie a svolgere il compito assegnatogli. Come accade anche per gli altri ideali fondamentali, si palesa come il criterio del merito sia vincente non solo dal punto di vista etico, ma anche da quello pratico, nonostante la cultura dominante cerchi di negarlo. Infatti, se moralmente è chiaro che il candidato più abile e preparato meriti di ottenere il posto di lavoro, è altrettanto evidente che una compagnia ha più alte probabilità di successo se la sua équipe è formata da individui di valore. In ambito politico la questione è ancora più centrale, perché le persone elette governeranno su tutte le altre, dalle loro scelte dipendono molte vite. Chi accede alle cariche pubbliche dovrà essere quindi non solo abile e preparato, ma soprattutto onesto, per non approfittare del potere per favorire i suoi propri interessi, a discapito degli altri. In politica le qualità morali sono importantissime, forse addirittura primarie rispetto alle abilità pratiche.

Dunque, se queste sono le caratteristiche del merito, è lecito concludere che il capitalismo occidentale ne favorisce il trionfo? I posti di lavoro, per esempio, sono assegnati in base alle competenze e abilità dei candidati? Non sempre. E i politici sono le persone più oneste e capaci di un paese? Con una risata amara viene da rispondere “quasi mai”. Nel mondo occidentale moderno il regno del merito pare avere confini angusti, eppure da un lato è fuori discussione che la ricompensa pecuniaria favorisca la libera iniziativa e di conseguenza premi chi mette in piedi un’impresa di successo. In parte, quindi, è vero che il capitalismo favorisce chi si applica. Ma se è vero che la ricompensa pecuniaria è un buon modo per premiare il successo lavorativo, è anche vero che in una società capitalistica “denaro” si traduce immediatamente in “potere”. Permettere di accumulare grosse quantità di capitale significa permettere di accentrare grande potere.

Chi detiene potere sarà sempre in grado di esercitarlo per sbilanciare l’equilibrio a suo favore. Un buon esempio è il “clientelismo”, la pratica di affidare lavori e cariche pubbliche ad amici e conoscenti, definito “nepotismo” se i favoriti sono familiari. Non vengono scelti i più meritevoli, ma quelli più intrallazzati col potere politico ed economico. Grandi somme di denaro possono comprare l’onestà delle persone in forma di tangenti, pratica di cui i vertici italiani si dimostrarono maestri con il caso “tangentopoli”. Pagando denaro si ottenevano favori, raccomandazioni, a volte si comprava direttamente il voto degli elettori. Questi sono solo alcuni esempi di come agisce la corruzione del denaro. Ce ne sono molti altri. A questo punto è chiaro che se anche ammettiamo che a livello teorico la libera iniziativa capitalistica potrebbe essere un buon criterio di merito, la sua applicazione pratica catalizza denaro e potere in grossi centri che minano alla base l’equità di una competizione leale tra gli individui. La persona scelta attraverso tangenti o clientelismo ruba il posto a qualcun altro probabilmente più abile e onesto di lui. La qualità dell’amministrazione pubblica scade e la corruzione risulta alimentata nello stesso processo.

Ma il presunto regno del merito in Occidente non è solo minacciato dai tanti episodi di corruzione; il capitalismo negli anni ha modellato la struttura della sua società così tanto che è lo stesso sistema ad essere intriso di disuguaglianza. Gli Stati Uniti d’America fin dalla guerra fredda contro l’Unione Sovietica sbandierano il liberismo economico come politica giusta e vincente. Da sempre in questo paese il capitalismo è stato lasciato libero di plasmare la società secondo le sue logiche. A oggi gli USA rappresentano quindi uno dei modelli di capitalismo più puro tra i paesi industrializzati. Ma il liberismo economico non ha affatto aiutato il merito a prosperare oltre oceano. Molte ne sono le ragioni: l’istruzione pubblica statunitense riceve pochi fondi dallo stato e la sua qualità è bassa. L’unica istruzione di qualità è quella privata, il cui accesso è vincolato alla disponibilità di denaro. Tra tutti i giovani americani solo i più ricchi hanno accesso ad una buona educazione. Gli altri non hanno modo di studiare, di coltivare i propri interessi e di scoprire così quali sono le loro inclinazioni e dove eccellono; non possono ottenere quelle competenze e abilità che farebbero di loro ottimi candidati per i lavori che sognano. Le pochissime borse di studio affidate agli studenti coi voti più alti salvano troppe poche persone da questo ingiusto destino. Molti individui meritevoli vengono così bloccati nella loro crescita per far posto ad altri la cui unica credenziale è il conto in banca dei genitori. Non certo un merito. In un modello in cui non a tutti è concesso di studiare e affinare le proprie abilità, dov’è la competizione ad armi pari? Negli Stati Uniti l’educazione è un privilegio che avvantaggia solo i ricchi. Non solo: in questo paese l’accesso ad alcuni settori lavorativi altamente qualificati è ristretto ai soli laureati di università costosissime come Yale. Così i giovani che non hanno denaro sufficiente per frequentarle, anche se si sforzano di colmare le loro lacune attraverso l’applicazione e lo studio, a qualunque livello di preparazione giungano, verranno sempre e comunque esclusi a priori da tali settori lavorativi. Tra l’altro spesso si tratta di settori delicati e importanti che, grazie a questo sistema, rimangono sempre nelle mani delle stesse persone: i ricchi e i loro figli. Così in questo modello non rimane nemmeno l’ombra di un’equa competizione ad armi pari tra tutti gli individui, in cui poi eccellano i migliori, giustamente premiati col denaro; forse era così in origine, ma nel tempo il potere nelle mani dei più abbienti ha permesso loro di modellare la struttura sociale in modo da mantenere ricchezza e potere sempre nelle stesse mani. Si è creata una nuova casta, non più basata sulla nobiltà di sangue come ai tempi delle corti reali, ma sul possesso di ingenti quantità di denaro. Nella Francia pre-rivoluzionaria governavano il re e i nobili, l’istruzione la riceveva solo chi aveva il sangue blu e le mansioni più importanti spettavano solo a loro; negli USA di oggi le grandi imprese muovono un governo burattino scrivendo leggi a loro favorevoli, educano i loro figli e a loro riservano ruoli di prestigio e potere. La rivoluzione francese scardinò l’aristocrazia con la speranza di instaurare una vera democrazia ma il sistema capitalistico che si affermò non permise la tanto agognata vittoria dell’uguaglianza. Diminuirono le disparità e si poté contenere notevolmente la miseria, anche grazie all’impennata scientifica e al boom economico. Ma il potere non si estese a tutto il popolo. Tuttora rimane nelle mani di una casta, il privilegio si è solo spostato dal sangue al denaro. L’aristocrazia (dal greco: /άριστος = migliore/ e /κρατέω = dominare/ – “governo dei migliori”) ha lasciato posto alla plutocrazia (dal greco: /πλοῦτος = ricchezza/ – “governo dei ricchi”), non certo ad una democrazia in cui è tutto il popolo a governare. Infatti negli USA che sono l’esempio più estremo di questo modello, le spese necessarie per la campagna elettorale sono così alte che solo un ricco può aspirare ad essere presidente. Nessun povero potrà mai autopromuoversi. Il potere politico è saldamente nelle mani della casta dominante. Governa il capitale.

Anche se l’Europa ha forme di capitalismo meno esasperate, il modello è simile. Il privilegio e il potere che derivano dal denaro incrinano l’equilibrio delle pari opportunità che è la base di una competizione leale. Inoltre, se anche si può con orgoglio constatare che nel vecchio continente l’uguaglianza ha trovato un suo spazio grazie al sangue di chi per anni lottò per ottenerla, negli ultimi tempi pare che la tendenza si sia invertita e che il potere stia poco a poco distruggendo le conquiste realizzate. Ogni volta che un governo approva un taglio all’istruzione pubblica, viene rubata una pietra al pavimento dell’agorà per rinforzare il palazzo del potere. Viene colpita l’agonizzante democrazia e alimentata la vorace plutocrazia.

In misure più o meno estreme e con differente velocità, il capitalismo sta creando nel mondo vere caste dominatrici basate sulla disponibilità di denaro. I tempi dell’equa competizione alla pari sono lontani, persi in un passato forse mai esistito. In un sistema del genere l’ideale del merito trova uno spazio esiguo. Raramente trionfa. Il dominio della casta ne è già in sé la negazione. Non eccellono i migliori, ma i più ricchi. E soprattutto, non governano i più giusti, ma i più abbienti e verosimilmente lo faranno non secondo un’etica di giustizia, ma per mantenere il privilegio sempre all’interno della casta dei ricchi. È logico. Se altri valori come l’ambientalismo e l’uguaglianza sono in più aperto contrasto con il capitalismo, il merito viene, invece, da molti percepito come il punto forte di questo sistema; i sostenitori del modello ne hanno fatto addirittura un cavallo di battaglia. Eppure ora appare evidente che la mancanza di pari opportunità e il dominio della casta fanno del capitalismo un sistema tutt’altro che equo e aperto a tutti. Non solo, ma non è neanche un sistema efficiente come vuole sembrare, lo sarebbe molto di più se a lavorare e governare fossero veramente i migliori e non solo i ricchi.  Che il capitalismo favorisca il merito è del tutto falso. Eppure un mondo giusto e funzionante non può prescindere da questo ideale e lottare per salvarlo è importantissimo. Alcuni, come gli ideatori del “Meritocracy Party” (Partito Meritocratico –http://armageddonconspiracy.co.uk/The-Meritocracy-Party(2543605).htm o  http://gmpuk.ucoz.co.uk/index/policy/0-8 ) pensano che il merito dovrebbe permeare a tal punto il sistema da poterlo addirittura ribattezzare “meritocrazia”. Per raggiungere tale scopo, affermano, sarebbe necessario disporre di un’istruzione pubblica gratuita e di qualità, abolire i partiti politici ed eleggere i singoli individui in base ai loro meriti, abolire poi l’eredità e restringere il voto in base all’istruzione. La loro agenda è costituita da queste ed altre innovative idee, alcune delle quali possono suonare estreme o utopistiche, ma da esse traspare una necessità di dar spazio al merito nelle moderne democrazie quanto mai realistica. Molti insegnamenti, come sempre, vengono dal passato. La divisione del lavoro secondo le possibilità iniziò già nella preistoria, con l’uomo cacciatore e la donna raccoglitrice. Poi, quando la società cominciò a strutturarsi, le diverse mansioni vennero ripartite in base alle inclinazioni di ognuno. Lo stesso lo si può fare nel 3º millennio, abbattendo il muro della casta. Si scoprirà allora che uguaglianza e merito non sono antagonisti. Il contrasto fra comunismo russo e capitalismo americano era solo una battaglia per il potere, non certo ideologica. Un’istruzione pubblica di qualità, cioè uguaglianza alla base, è necessaria affinché eccellano i più meritevoli. Non è utopia, esistono paesi che possono vantare un sistema educativo di questo tipo. E non è utopico neanche pensare che la meritocrazia si estenda in ambito politico. La storia ne racconta vari esempi tra i quali il più scintillante è quello della Cina del 2º secolo a.C.

In quell’epoca, la dinastia imperiale Han fu la prima ad applicare una forma di meritocrazia, partendo dalle idee di Confucio. Egli insegnava agli uomini a ricercare la conoscenza, a dedicarsi allo studio e divenire così una persona migliore. Accoglieva come suo studente chiunque, indipendentemente dall’estrazione sociale, anche perché era convinto che un plebeo virtuoso che coltivasse le sue qualità potesse diventare un gentiluomo, mentre uno svergognato figlio del re fosse solo un piccolo uomo. Confucio desiderava che alla nobiltà di sangue si sostituisse una nobiltà di virtù, scelta in base ai meriti e non alle parentele, affinché i nuovi sovrani potessero diffondere la virtù nell’impero, senza bisogno di leggi dure e restrittive. Nel 2º secolo a.C. le sue idee rivoluzionarie furono fatte proprie dalla dinastia Han che istituì gli esami per accedere alle cariche pubbliche. Chiunque superasse tale esame, provando così il suo valore morale, sarebbe diventato funzionario statale e sarebbe stato ricompensato con ricchezza e onore per tutta la sua famiglia. Più avanti, durante la dinastia Qin, fu abbattuta l’aristocrazia e i principi meritocratici ebbero ulteriore spazio. La Cina aumentò enormemente la sua efficienza, tanto da ottenere un vantaggio decisivo sui popoli circostanti e poter espandere ulteriormente l’impero.

La corona d’alloro in antichità era il premio per il vincitore delle olimpiadi e da allora simboleggia il trionfo del più meritevole.

L’uomo del 3º millennio, scoraggiato dalla troppa corruzione politica che lo ha lungamente oppresso, è arrivato a vedere la meritocrazia come pura utopia. Sopraffatto dalla rassegnazione per un’ingiustizia sempre e comunque vincente, egli ha accettato che incapacità, ignoranza e disonestà regnino nei palazzi del governo; con amarezza ormai le ritiene inevitabile normalità. Ma quella Cina di oltre 2000 anni fa è la dimostrazione che la meritocrazia può esistere. Forte di questo brillante esempio, l’uomo moderno può ritrovare la speranza e combattere per riprendere in mano quel mondo che gli è stato rubato. Molto può essere fatto perché il merito riceva lo spazio che gli spetta. In una vera democrazia, tutti i cittadini devono poter avere accesso alla carriera politica se lo desiderano; la campagna sarà quindi gratuita per chiunque intenda candidarsi e nel periodo preelettorale i mass media concederanno uguale spazio di propaganda a tutti i candidati. Tutti, non solo i membri della casta dei ricchi, potranno così governare. Poi, seguendo le idee non di avidi economisti, ma di filosofi come Confucio, innamorati del mondo e del sapere, si potranno veramente introdurre esami d’ammissione alle cariche pubbliche: test che misurino le conoscenze, la cultura, le capacità dei candidati, per escludere dal governo l’ignoranza, bestia maledetta che da troppo tempo vi dimora; test che mettano in luce le qualità morali dei futuri leader. Avere processi pendenti dovrebbe congelare le funzioni pubbliche di una persona fino ad avvenuta assoluzione; la fedina penale sporca negherebbe a priori l’accesso alla politica. Anche la corruzione di chi sia già al potere potrebbe essere notevolmente limitata: vista la loro delicata posizione, i politici dovrebbero avere l’obbligo di mantenere il loro patrimonio unicamente nella banca centrale del paese, in modo che qualsiasi movimento di denaro venga sempre registrato.

Come queste, molte altre misure possono essere applicate, affinché a governare siano veramente le persone più oneste e capaci, non i più ricchi. È una dura battaglia quella che attende i giusti: il nemico è poderoso. Il primo grande passo consiste nel liberarsi dalle false credenze volutamente diffuse per confondere. In modo non chiaro, forse inconsciamente, si è portati ad ammirare l’imprenditore che ha fatto fortuna. La ricchezza di per sé crea carisma, forse per l’alone di potere che l’avvolge; forse perché il capitalismo ha radicato in molti l’idea che il denaro sia la misura del merito. Plutagathia; una parola mai esistita, per un concetto che non sarebbe dovuto esistere mai. Mai, perché nella gara della vita chi nasce ricco parte 3 metri avanti, o meglio, chi nasce povero è escluso dalla corsa. Il denaro è la prova della grandezza di una persona? No. L’onestà, il senso di giustizia, la cultura e l’amore per il sapere sì che lo sono. A chi è ricco di queste virtù, a lui sì che darei in mano il mondo.

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