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Conoscenza della Verità

 

La parola “conoscenza” viene usata per riferirsi a tutto ciò che l’uomo, grazie alla sua intelligenza, ha capito e scoperto riguardo a se stesso e al mondo. Corrisponde, quindi, al sapere, come insieme di nozioni acquisite da un individuo durante la sua vita o dalla specie umana nella sua storia. In essa risiede, però, anche un’ulteriore connotazione per cui, usando questa parola, non ci riferiamo solo a un sistema di concetti collegati fra loro, ma evochiamo anche lo stesso bisogno umano di conoscere, quel forte ed inesauribile desiderio che lo accompagnò lungo i secoli, marcando i passaggi tra le epoche con scoperte sempre più rivoluzionarie, e che non lo abbandonò mai. Tuttavia, pur avendo guidato l’uomo nella sua storia come una delle più ardenti stelle del suo cielo, questo anelito alla conoscenza fu anche sempre osteggiato e a volte addirittura tacciato di immoralità. Da tempo immemore la conoscenza è al centro di infuocate polemiche sulla sua pericolosità e sulla necessità di porvi dei limiti. Sulla centralità di questo tema fa luce il mito greco, grazie a un vivido simbolismo che 3000 anni di storia non hanno minimamente deteriorato.

 

Prometeo era un Titano che aveva in simpatia il genere umano. Una notte, intrufolatosi nel Palazzo dell’Olimpo, accese una torcia dal carro del dio sole Elio e fuggì. La fiamma che rubò agli dèi la donò agli uomini che da allora conoscono l’uso del fuoco. Il fuoco è un simbolo chiave. Il suo uso per riscaldare le dimore e per cuocere i cibi viene fatto coincidere con l’inizio della civiltà umana. Al tempo stesso, però, è un elemento altamente distruttivo e, con l’era industriale, si è scoperto anche che i processi di combustione sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento. Per questo e non solo per l’oltraggio subito, Zeus punisce duramente Prometeo, incatenandolo sui monti del Caucaso e inviandogli un’aquila a divorargli il fegato: il fuoco, simbolo di civiltà e al contempo di distruzione, era stato rubato agli dèi e donato agli uomini. Zeus, padre dell’ordine costituito, temeva che questo furto di potere arrivasse un giorno a sconvolgere il mondo. Una parte meno conosciuta di questo mito narra che, siccome suo fratello Epimeteo aveva donato varie qualità agli animali, ma nessuna agli uomini, Prometeo decise di riequilibrare la situazione; rubò quindi ad Atena uno scrigno contenente l’intelligenza e la memoria e le donò agli esseri umani. Queste due virtù sono quelle necessarie per poter creare una conoscenza: l’intelligenza per capire e connettere tra di loro le esperienze sensoriali e la memoria per fissare ciò che è stato colto e potervi costruire sopra nuovi gradini. Il mito mette in luce come l’ascesa della civiltà umana, fondata sulla conoscenza, costituisca un furto, non tanto dell’intelligenza e della memoria che in fondo furono gli dèi stessi, o la Natura, a donarci, ma del potere di governare il mondo che esse regalano. Zeus si infuria per questi doni, perché il comando sul mondo, fino ad allora interamente nelle sue mani, cade così parzialmente in quelle degli uomini. Che poi intelligenza e memoria vengano rubate ad Atena, dea della Giustizia, simbolizza come il sapere nelle mani di un animale facile a cedere all’egoismo incrini fatalmente quella giustizia divina che le cieche leggi della Natura mantenevano intatta.

 

L’uomo non ha ali, né zanne o veleno mortale. Le sue armi sono l’intelligenza, la memoria e l’abilità di conoscere che esse gli conferiscono. Nei secoli il progresso scientifico e tecnologico è andato rafforzando sempre di più queste armi, tanto che oggi, nell’era dell’informatica globale, esse forniscono un potere smisurato. Mai nessuna tigre ha avuto a disposizione artigli tanto affilati come lo è oggi la tecnologia per gli uomini. Ecco perché questo tema è così centrale, perché “conoscenza” per l’uomo significa “potere”; “progresso tecnologico” = “+ potere”. Quando tanto potere si accentra nelle mani di un essere vivente, il suo egoismo inevitabilmente sconvolgerà l’equilibrio e colpirà duramente la giustizia. Così, forte di questo potere, la razza umana oggi impone il suo sconsiderato dominio sulle altre: gli altri animali sono stati schiavizzati o sterminati, ma anche i vegetali, i fiumi, i mari, tutto l’ambiente terrestre subisce le gravi conseguenze di questo potere. Non solo: anche all’interno della stessa società umana la conoscenza gioca un ruolo cruciale e in certi casi è arrivata ad acuire la già esistente disuguaglianza.

 

È dunque vero, come ammoniscono alcune religioni, che la conoscenza in mano agli uomini è pericolosa? Si, lo è senza alcun dubbio. Tuttavia negarla e abbandonarla come queste confessioni spingono a fare non avrebbe alcun senso. Dovrebbe forse la tigre tagliarsi quegli artigli divenuti ormai troppo affilati? Come potrebbe l’uomo abbandonare la conoscenza? Sarebbe come negare la sua stessa natura e con essa la vita. Una risposta vincente sarebbe, invece, progredire ulteriormente e arrivare a conoscere le conseguenze negative di tutte le tecnologie e solo allora permettersi di applicare quelle che si ritengono sicure, rinunciando invece a quelle troppo pericolose come il nucleare. Questo è un buon modo per limitare la pericolosità del sapere, non certo invece ripudiarlo, rinnegando noi stessi. Al contrario, è fondamentale diffidare di chiunque ci inviti ad abbandonare la ricerca della conoscenza: è come se una tigre chiedesse ad un’altra tigre di non affilare le proprie unghie. È molto probabile che voglia mantenerla debole per sopraffarla o per lo meno controllarla.

La ricerca di conoscenza è sempre stata intesa come intento di scoprire la verità sul mondo e sull’uomo. Così le scienze si proponevano di indagare la realtà nei suoi diversi ambiti attraverso un metodo rigoroso basato sulla matematica, per creare un sapere certo. Ma anche le arti e le religioni, pur raccontando di personaggi ed eventi a volte non storici, intendevano dare spiegazioni del mondo reale attraverso il simbolismo dei loro miti. Pur con diversi metodi e forme, il desiderio umano di conoscenza ha sempre avuto come obbiettivo la verità. Tuttavia fin dall’antichità sono esistite anche molte nozioni false che vengono affermate come vere e divulgate. Fu, guarda caso, il potere ad inquinare il desiderio umano di verità. Fin dalla preistoria, chi ottenne accesso alla conoscenza si rese conto che negarla agli altri era il modo migliore per mantenere uno status privilegiato, una posizione di dominio. Già nelle società tribali, per esempio, lo sciamano corrispondeva quasi sempre al capo villaggio. Procedendo poi a società più strutturate, il dominio del potere sulla conoscenza si trasformò e divenne sempre più complesso. Le sue azioni principali erano 2:

 

-         Restringere l’educazione ad una casta di privilegiati: mentre le tigri nascono con unghiette destinate a diventare artigli, i bambini nascono sì con l’intelligenza, ma senza tutto il sapere che la società in cui vivono ha costruito nel corso dei secoli. Apprendere scienze e arti senza ricevere alcuna educazione sarà per il bambino impresa ciclopica. L’educazione, da sempre e fino all’epoca moderna, fu impartita solo ai figli dei nobili e solo ai maschi. Non esiste maniera più efficace per mantenere il privilegio in una società aristocratica patriarcale.

 

-         L’altra azione fondamentale del potere sulla conoscenza è la manipolazione della cultura e dell’opinione pubblica: concetti come la discendenza divina del re e la sacralità della sua legge hanno chiuso la bocca a popoli affamati ed hanno saputo imporre forti disuguaglianze; il popolo straniero sempre fu tacciato di barbarie per giustificare una guerra; similmente si narra di preti che convincevano i fedeli a fare donazioni per guadagnarsi il paradiso. Manipolazione. Ancora una volta si manifesta tutta la perversione insita nel potere: brama conoscenza della verità per sé e diffonde menzogna agli altri.

 

La storia d’Europa degli ultimi secoli narra di grossi cambiamenti: la rivoluzione francese, poi quella russa, quella operaia, quella femminista e molte altre portarono ventate di forte emancipazione popolare e la cultura cambiò: col sudore e col sangue si reclamò l’avvento della democrazia (dal greco “governo del popolo”). L’ideale di uguaglianza portò all’acquisizione di nuovi diritti, anche nel campo della conoscenza e l’educazione fu estesa a tutto il popolo. Al giorno d’oggi, dunque, siamo finalmente liberi dal giogo della manipolazione? Purtroppo no, tutt’altro. Il potere ha sfoderato una nuova terribile arma per mantenere per sé il privilegio ed impedire che si affermasse una vera democrazia: si tratta dei mass media, come giornali, radio e soprattutto la televisione. Nei paesi industrializzati la TV è diffusissima, al punto che in tutte le case si trova almeno un televisore; è di facile fruizione, non richiede sforzi di concentrazione; le notizie che racconta raggiungono quindi praticamente tutta la popolazione. Ma ci si può fidare che i telegiornali vogliano diffondere la verità? Consideriamo che una parte delle televisioni sono sempre state nazionali, quindi sotto il diretto controllo del governo. Quelle private, invece, sono inevitabilmente grandi imprese, visti gli alti costi di apparecchiature necessari per andare in onda; sono direttamente comandate dagli imprenditori che le hanno create, persone con in mano grandi capitali e quindi grande potere. Pubbliche o private che siano, le televisioni sono comunque direttamente controllate dall’elite del potere, politico o economico, e ne diffondono la cultura e l’ideologia. Ricordando gli insegnamenti della storia, bisognerà concludere che la TV e gli altri mass media, per la loro diretta sottomissione al potere, non sono fonti affidabili di conoscenza. Presentano le notizie ad arte: censurano le parti scomode o le raccontano in modo volutamente confuso, enfatizzano altri punti e decorano il tutto con un linguaggio mirato alla velata menzogna. Così trasmettono una visione degli eventi totalmente distorta, nascondendo gli abusi del potere politico ed economico e diffondono una cultura ad esso favorevole.

 

Il potere, da sempre, in un modo o nell’altro, ha saputo manipolare la cultura. La sua azione è talmente profonda da arrivare a modificare addirittura il linguaggio, cioè lo strumento principale della comunicazione e della creazione di conoscenza, cambiando così il modo di pensare di popoli interi. La parola “mito” ne è un buon esempio: essa fu coniata in greco antico (muJoV – mythos) con il significato abbastanza neutro di “racconto, storia”. In italiano, come in molte altre lingue europee, invece, questa accezione neutra è scomparsa per lasciar posto a 2 significati opposti che la parola assunse in epoche diverse. In italiano “mito” significa “falsità, menzogna”, tant’è che esiste l’espressione “sfatare un mito”. Quest’accezione della parola si diffuse nell’Impero Romano in epoca cristiana: la nuova religione, instauratasi da poco al potere, diffuse l’idea che la mitologia greco-romana non fosse altro che menzogna, con lo scopo di affermare le proprie credenze come le uniche portatrici di verità. Questa connotazione sopravvive tuttora nell’occidente cristiano in cui la gente, istintivamente, è portata a credere che la mitologia antica narri storie inventate, mentre la Bibbia racconti reali, o per lo meno più autorevoli, anche se scientificamente è tanto assurdo Icaro che vola quanto Cristo che moltiplica pani e pesci, mentre i significati simbolici di questi racconti possono essere illuminanti fonti di saggezza sia in un caso che nell’altro. Molti secoli dopo la parola si caricò di una connotazione totalmente diversa: era il Rinascimento e l’amore per la cultura classica tornava a fiorire, lasciando in eredità l’idea che un mito sia qualcosa di grandioso e leggendario, tanto che nell’espressione moderna “sei un mito” risuona ancora l’eco delle gesta eroiche.

 

Nel mondo moderno, attraverso i mass media, questa manipolazione ha raggiunto livelli ancora più sofisticati: la comunicazione è stata studiata a fondo per massimizzarne l’efficacia e per applicarla alla pubblicità e ai telegiornali. Alcune parole hanno assunto connotazioni totalmente fuorvianti. Le ultime guerre, in Iraq e Afghanistan, vengono addirittura definite “missioni di pace”. La guerra viene chiamata “pace”, il suo opposto! Nell’epoca moderna nessuna guerra può essere tanto sfacciata da pretendere di conquistare letteralmente un paese: se si leggesse sulla cartina “Baghdad (U.S.A.)” il mondo insorgerebbe. Un potere imperialista dovrà quindi accontentarsi di detronizzare l’attuale regnante e di instaurare nel paese conquistato un governo burattino che si inchini sempre al volere dell’impero. Ma nei racconti dei media tutto questo sono solo “missioni di pace” per salvare la democrazia da un dittatore. La democrazia! La più grande nemica dell’imperialismo viene chiamata in causa per giustificare una conquista. Altro non resta che strabiliarsi di fronte ad una così talentuosa arte illusoria da parte dei mass media. Se quel che raccontano fosse vero, perché queste “forze di pace” non intervengono in molti altri paesi afflitti dalla tirannia? Stranamente intervengono solo in quelli ricchi di petrolio, per poi attingere ai pozzi senza ostacoli.

 

Negli ultimi anni, grazie alla subdola azione dei mass media, il potere sta riuscendo passo a passo a distruggere quelle conquiste ottenute col sangue che sono la base di una vera democrazia. Nel campo della conoscenza, l’educazione pubblica riceve sempre meno fondi dallo stato, la sua qualità crolla, e l’educazione privata, che paradossalmente viene finanziata, sarà presto l’unica di qualità, restringendo l’accesso alla conoscenza a chi dispone di denaro. Così un popolo ignorante sarà ancor più fragile alle menzogne della televisione e più facile da domare.

 

Il potere è acerrimo nemico della conoscenza della verità, o per lo meno della sua divulgazione. Si leggono opinioni che affermano che lo sviluppo di nuove energie sia stato bloccato dalle grandi imprese del petrolio e del nucleare; si legge che cure per l’aids e per il cancro non vengono trovate perché le case farmaceutiche possano continuare a vendere i farmaci con cui si trattano oggi queste malattie; come queste, sono molte le teorie secondo cui la ricerca scientifica sia stata bloccata dal potere per favorire gli interessi di pochi ultrapotenti. Prove non ce ne sono, anche se purtroppo dal punto di vista logico queste teorie funzionano perfettamente. Sono plausibili, ma non sono storie che si sentano alla tele, la gente non vi è familiare, le troverà strane. Nel mondo moderno distinguere tra verità e menzogna è molto difficile. La globalizzazione e le telecomunicazioni hanno frantumato i limiti dello spazio tanto che si ascoltano storie di paesi lontani ma non si sa nulla del vicino di casa. Gran parte delle informazioni si ricevono dai telegiornali, non per esperienza diretta. Il mondo concettuale delle persone di oggi è filtrato da informatori. Si vedono immagini da tutto il mondo, si ascoltano racconti che parlano di terre lontane, ma il sapere che si fissa nell’immaginario non si crea a partire da eventi ai quali si abbia assistito personalmente. La conoscenza che si produce non segue il processo naturale: non parte da un’esperienza diretta degli eventi, trasformata dall’intelligenza in idee. I racconti dei media, che vengono dati per scontati sono pur sempre racconti. E se fossero solo bugie, solo film di fantasia? Dunque la nostra visione del mondo potrebbe essere del tutto falsa. Quello che vediamo potrebbe essere niente meno che il “matrix” del celebre film di Andy e Larry Wachowski, forse viviamo in una distopia non molto diversa da quella di Neo.

 

La civetta di Atena, simbolo della filosofia, l’amore per la conoscenza del mondo e della verità che si nasconde in esso.

Anche il filosofo greco Platone nel “La Repubblica” immagina una situazione simile: racconta di alcuni prigionieri che, incatenati fin dalla nascita all’interno di una caverna, possono vedere solo il muro di fronte a loro. Alle loro spalle si trova un fuoco e alcune persone che portano oggetti con la forma di animali e piante; i prigionieri solo potranno vedere le ombre di questi oggetti proiettate sul muro e, non avendo mai visto il mondo che esiste fuori dalla caverna, penseranno che quelli sono le vere piante e i veri animali; sentiranno l’eco delle voci di quelle persone e penseranno che siano i versi degli animali. Questo racconto, conosciuto come “mito della caverna”, descrive una situazione per molti versi simile a quella dell’uomo contemporaneo che, seduto nella sua casa, ha davanti a sé un muro illuminato chiamato TV in cui appaiono eventi e si ascoltano storie e crede che in questo modo egli stia conoscendo il mondo. Il racconto di Platone spiega anche quanto sia difficile liberarsi da quest’illusione: dice, infatti, che se un prigioniero venisse liberato e, uscito dalla caverna, potesse conoscere il mondo, in un primo momento la luce del sole lo abbaglierebbe, provocandogli tanto dolore da desiderare di tornare a guardare le ombre nella caverna. Parallelamente l’uomo del 2000, conosciuta l’accecante realtà nascosta dietro il velo illusorio dei media, proverebbe dolore conoscendo la prepotenza, la violenza e l’ingiustizia che ignorava e desidererebbe tornare a vivere nella serenità dell’illusione. Poi però, abituatosi alla luce del sole o della verità, e, felice del cambiamento, egli desidererebbe liberare gli altri prigionieri, ma nella caverna tanto quanto nel mondo moderno, egli troverà ostilità e derisione da parte di chi, schiavo dell’illusione, troverà ridicoli i racconti della realtà che non ha mai sentito, perché la sua realtà è l’illusione, ad essa è abituato. Il racconto di Platone, con le sue metafore, mostra come liberarsi dall’illusione sia ardua impresa. La verità è stata rapita, imprigionata nei palazzi del governo, occultata da milioni di menzogne che invece, quelle sì, sono sguinzagliate libere nelle strade delle città.

Eppure, per quanto difficile, ritrovare la verità è un obbiettivo primario. Senza di essa saremo tigri senza artigli, facili da domare. Senza di essa non ci renderemo nemmeno conto dell’abuso di potere nella nuova riforma del lavoro, nel taglio a istruzione e sanità pubblica, nella nuova guerra o missione di pace che dir si voglia.

 

Come fare, dunque, per liberarsi da tanta menzogna e restaurare la verità?

Un primo modo per non cadere nella trappola della televisione è spegnerla o per lo meno non dare troppo credito ai telegiornali e cercare informazione da fonti più attendibili. Internet ha il grosso pregio di fornire informazione decentralizzata, vi si leggono punti di vista disparati di molte persone; inoltre molte delle sue fonti non sono schiave del potere politico ed economico. Attingere a informatori diversi e rivolgersi a internet e a qualsiasi fonte che sia decentralizzata e indipendente dal denaro può essere un buon principio. Però potrebbe non bastare: anche in rete si potrebbe incappare nell’articolo di uno scagnozzo del potere o di un cialtrone qualsiasi; si potrebbero leggere punti di vista a volte anche opposti e trovarsi persi tra le idee, incapaci di ritrovare la via della verità. Così ora emerge come il secondo e cruciale modo per salvarsi dalla menzogna sia affinare lo spirito critico. Qualunque cosa si legga o si ascolti, non va presa per oro colato. Di qualunque evento si venga a sapere, sempre e comunque sarà buono chiedersi se la storia è verosimile, se è plausibile, se fila dal punto di vista logico. E sempre bisognerà sospettare della menzogna, sempre diffidare del potere, pensando a quali interessi possono muovere le pedine. Chiediamoci se l’avidità di denaro può muovere le fila degli avvenimenti che ascoltiamo. Se così sarà, diffidiamo della notizia. Chiediamoci chi è la fonte, se può essere sottomessa a qualche potente. Siamo esseri umani, la nostra forza è l’intelligenza. Usiamo l’intelligenza per capire dove si trova la verità.

 

“Il Pensatore”, opera di Auguste Rodin

I primi uomini, i primi che cominciarono a conoscere il mondo, lo facevano partendo dall’esperienza che poi, analizzata attraverso l’intelligenza, veniva trasformata in concetti, in idee che costituivano la conoscenza del reale. Chi vuole conoscere la verità del mondo dovrà cercare di restaurare questo antico modo di conoscere, uscendo dalla dimensione di distorsione dei media e tornando a vivere nello spazio reale circostante, conoscendo prima di tutto le storie del proprio paese o del quartiere, le storie vicine, quelle che si possono conoscere in modo diretto. L’individualismo che domina il mondo moderno è anch’esso un falso ideale, diffuso dal potere con lo scopo di dividere il popolo. Partendo da concetti veramente democratici, come l’emancipazione e la libertà personale, i grandi potenti hanno esasperato questa autodeterminazione della persona, portandola ad estremi di isolamento per cui spesso capita nelle città, ma anche nei paesi, di non conoscere affatto i vicini, anzi di vederli con sospetto, perché il telegiornale sempre racconta episodi di cronaca in cui domina la violenza. La vita nella comunità locale è stata volutamente distrutta per creare divisione, diffidenza e una percezione distorta della realtà e una paura diffusa che porta ad un’ulteriore chiusura in sé stessi degli individui.

 

Dunque tornare a vivere in un mondo reale, in un mondo fisico che si possa conoscere per esserne parte, questa è la strada verso una conoscenza reale. E soprattutto mettere sempre in moto l’intelligenza. Pensare!

 

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