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Fine e inizio di un ciclo del mito di Atalanta

Caduto l’amato eroe, la cacciatrice dai capelli al vento torna a correre sola e velocissima.

 21/12/2011

BERGAMO – La 1ª giornata di campionato, rimandata in agosto per un irriverente sciopero dei calciatori di serie A, si recupera nel turno infrasettimanale prenatalizio. Una delle partite più spumeggianti di questo recupero è Atalanta-Cesena, piacevole, ricca di goal, ben 5, e anche di belle giocate. Ma non è questa la ragione per cui s’è scelto di parlarne. Per chi tifa Atalanta, questa partita aveva un sapore forte, un valore doppio.

Solo 2 giorni fa, infatti, una nuova folata della bufera “calcioscommesse” si è riversata sul campionato italiano. Anche se i giocatori e le squadre coinvolti sono molti, l’Atalanta si trova decisamente nell’occhio del ciclone. Già in agosto i nerazzurri furono gli unici in serie A a subire una penalizzazione, iniziando il loro campionato da un freddo -6, dovuto alla responsabilità oggettiva imputata alla società per le combine e scommesse illecite del suo tesserato Cristiano Doni. Ai tempi non c’erano prove contro il giocatore, così il popolo nerazzurro si schierò in difesa del suo capitano e idolo indiscusso, negando la sua colpevolezza. Ma il 19 dicembre, solo 2 giorni fa, Doni è stato arrestato e il dossier sul suo caso pare essersi arricchito notevolmente. Ora sì che esistono prove contro di lui.

Per un tifoso bergamasco questa non è una notizia da poco: Cristiano Doni è uno dei giocatori più importanti della storia atalantina, un calciatore di grande qualità che si dice non abbia mai raggiunto grandi squadre per il suo carattere difficile. I tifosi della Dea lo hanno amato incondizionatamente, anche perché Doni riuscì ad esprimersi ai massimi livelli solo vestito di neroblu: dopo i primi anni brillanti in Lombardia che gli valsero la nazionale e lo storico gol in maglia azzurra, decise di cercare fortuna altrove, ma le deludenti parentesi di Genova e Maiorca lo indussero a tornare a Bergamo, dove Cristiano visse una seconda età dell’oro che lo consacrò come miglior realizzatore nerazzurro di sempre con ben 112 goal messi a segno. Per molti anni Doni e l’Atalanta rimasero uniti in un legame intimo e passionale che sembrava indistruttibile e che portò il calciatore ad essere insignito della cittadinanza bergamasca onoraria. Fedeli a questo amore, i tifosi nerazzurri difesero il loro idolo a spada tratta dalle accuse di combine e scommesse illecite fino al 19 dicembre, 2 giorni fa, quando ogni sua apologia è diventata impossibile: in un giorno solo il mito di Doni si è frantumato e dal “Monte Olimpo de Hura”, dove risiedono gli eroi bergamaschi, il giocatore è sprofondato nel girone dei Traditori. Il vuoto da lui lasciato è uno sgomento che toglie le parole e i nerazzurri, privati del loro eroe, affrontano il Cesena in preda al più totale smarrimento. E infatti l’Atalanta, nonostante si sia rivelata essere una buona squadra capace di spazzar via il -6 in poco tempo, nei primi 10’ subisce il bombardamento del Cavalluccio Marino: i romagnoli, vestiti di bianco, sembrano il Real Madrid e trovano il meritato vantaggio all’8’ con un bel tiro da fuori del talentuoso Candreva. Il tifo è caldo, è pur sempre Bergamo, ma l’atmosfera rimane surreale: è caduto l’eroe che ha dato lustro e onore ai colori nerazzurri negli ultimi anni, senza di lui gli atalantini barcollano in cerca dell’identità perduta. Crollato un mito, ai bergamaschi non resta che cercare risposte nel proprio nome: è Atalanta, è lei stessa un mito.

Narra la mitologia greca che il padre di Atalanta volesse solo figli maschi e pertanto abbandonò la bimba in fasce sul monte Pelio. Artemide però, dea della caccia e della luna, inviò un’orsa ad allattare e allevare la piccola, finché un gruppo di cacciatori la trovò e la crebbe. La ragazza divenne molto abile nella caccia e l’eco delle sue gesta portò il padre a riconoscerla. Egli desiderava che la figlia si sposasse, ma Atalanta voleva restare vergine per consacrarsi al culto di Artemide e, consapevole dei propri mezzi, acconsentì a sposare solo chi fosse riuscito a batterla nella corsa, mentre chi avesse perso la sfida sarebbe stato ucciso. Dotata di una velocità straordinaria, sconfisse moltissimi pretendenti, era imbattibile. Un giorno un uomo di nome Ippomene, innamorato di lei, chiese aiuto ad Afrodite; la dea dell’amore sparse lungo il percorso della gara 3 mele d’oro che distrassero Atalanta, facendole perdere la sfida. Ippomene riuscì così a sposarla, ma l’unione fu di breve durata: la stessa Afrodite sorprese i due ad amarsi nel tempio di Cibele. La dea li castigò trasformandoli in 2 leoni, impedendo loro nuove unioni, secondo la credenza degli antichi greci per cui questi animali non si accoppiano tra loro.

È curioso e al contempo affascinante notare come la storia della squadra nerazzurra negli ultimi mesi ricalchi quella del mito di cui porta il nome: sempre contraddistinta da fierezza e autonomia, l’Atalanta si lasciò lusingare dalle 3 mele d’oro che Crisitano Doni le offrì: la lunga militanza nerazzurra, poi il record di goal e le parole d’amore eterno riuscirono a sciogliere i tenaci cuori dei bergamaschi. L’Atalanta sposò Doni, donandogli la cittadinanza onoraria, fin quando gli ultimi eventi svelarono le ombre che si celavano dietro al luccichio dorato delle mele. La cosa poi che più di tutte accomuna mito e realtà è che ora Doni e l’Atalanta sono diventati come 2 leoni, non si uniranno mai più. Non ci sono dubbi su questo.

Dettaglio da “Atalanta e Ippomene” di Guido Reni (1622-1625)

Ma proprio quando il mito si compie, quando la paura inghiotte una squadra e il Cesena passeggia in uno stadio finora inviolato, improvvisamente succede quel che non ti aspetti: l’ardente passione mai sopita riaccende lo stadio, lo infuoca, lo rende bolgia infernale che tuona la sua rabbia in cori incessanti. In campo c’è una nuova Atalanta: Denis sbatte in rete il rigore dell’1-1, poi una squadra magicamente rinata manda in goal 2 volte Marilungo e il 1º tempo si chiude su un 3-1 per i nerazzurri impensabile al minuto 10. I giocatori entrano negli spogliatoi accompagnati da un coro assordante che squarcia il cielo: i tifosi bergamaschi urlano “Finché vivrò, canterò forza Atalanta”, ribadendo che niente e nessuno ucciderà il loro amore. È proprio lì che scattano la rinascita e il ribaltone in campo, nella presa di coscienza che l’Atalanta, anche se ferita, è viva e sopravvivrà sempre nell’amore di chi della maglia nerazzurra fa una seconda pelle.

Una caratteristica fondamentale del mito greco è la ciclicità. È un archetipo, un modello che molte vite umane rivivono in momenti diversi. Se interpretato con la giusta elasticità, esso è fonte di grande saggezza. Un ciclo mitologico della cacciatrice Atalanta si è appena concluso con l’irrimediabile rottura tra la squadra e Doni. Il vuoto lasciato è enorme, ma non è eterno. Il mito riparte da zero ora, con l’Atalanta sola e fiera. In fondo la cacciatrice fu imbattibile finché non si sposò. Rispettando il copione mitologico, l’Atalanta rinasce autonoma e forte e nel secondo tempo segna anche un bel goal con lo slalom irresistibile del suo terzino sinistro Peluso, schiantando il Cesena: 4-1. I romagnoli del Real Madrid non hanno proprio più le sembianze, ma forse neanche le vere Merengues avrebbero potuto molto oggi: l’avversario non era solo una squadra di calcio, era tutta una gente vogliosa di riaffermare la propria identità, era un mito che spingeva per rinascere. Del resto l’ambiente nerazzurro ha mostrato una grande capacità di reazione, forse perché l’esperienza già da tempo ha insegnato ai tifosi a cantare “L’Atalanta siamo solo noi”. Però il mito segue il suo corso ciclicamente; nonostante l’esperienza, certi eventi sono destinati a ripetersi. Un giorno la cacciatrice si chinerà nuovamente a raccogliere mele d’oro. Un nuovo amore sboccerà, magari stavolta con lieto fine, come ai tempi dell’indimenticato Stromberg. Certe storie iniziano prima che sia possibile rendersene conto. German Denis, capocannoniere della serie A, veste nerazzurro e dice di voler restare sotto Città Alta. Chissà…

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