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Carcere, proposte di cambiamento

Una sera come un’altra, stavo passeggiando col mio cane vicino alla stazione, quando due ragazzi mi hanno fermato per fargli qualche coccola. Si erano “rifugiati” sotto i portici per ripararsi dalla neve, in una saletta per distributori automatici di bevande e cibo: avevano posato i trolley in un angolo, ed erano in attesa di un loro amico in auto. I convenevoli di rito sull’età e sul carattere di Clash hanno presto lasciato spazio a un altro tipo di argomento: Alessandro, uno dei due, mi ha confessato di aver trascorso molto tempo in un carcere del nord Italia. E a questa rivelazione inaspettata, è seguita una chiacchierata tanto intensa quanto illuminante.

Alessandro ora ha 29 anni: è entrato in prigione quando ne aveva 17, e ne è uscito solo pochi mesi fa. Sopprimendo la curiosità, ho evitato di chiedergli il motivo: ho lasciato che parlasse, ascoltando con attenzione il suo racconto, che ha assunto presto i contorni dello sfogo. Ovviamente, non posso sapere se tutto ciò che Alessandro mi ha detto sia vero o no: però ha fatto nomi e cognomi di persone che effettivamente prestano servizio in quel carcere, ha dimostrato una buona conoscenza dell’ambiente detentivo e ha fornito dettagli quantomeno verosimili. Motivi per cui, al netto di qualche esagerazione, posso dare un certo credito al suo racconto.
Senza nascondere la rabbia, Alessandro mi dice che il carcere è una merda. Che il personale è pieno di corrotti. Che l’associazione onlus attiva in prigione, oltre a organizzare convegni ispirati ai buoni sentimenti per la stampa, non si occupa minimamente dei detenuti: i responsabili, d’intesa col direttore, fanno uscire solo quelli che vogliono scoparsi. Che è tutto un “magna magna” perché i finanziamenti, quando arrivano, non vengono distribuiti: al termine di un corso promosso dal ministero, Alessandro ha ricevuto il suo diploma, ma non ha mai visto i 500 euro che gli erano dovuti. Sospetta che siano finiti in altre tasche, come quelli dei suoi compagni.
Alessandro aggiunge che se non ti comporti bene, le guardie entrano nella tua cella e ti massacrano di botte, anche in quindici contro uno. Che una volta, un marocchino ha dato fuoco alla sua cella per protesta: il direttore, avvisato del fatto e giunto sul posto, avrebbe impedito ai soccorritori di intervenire, per lasciarlo bruciare vivo. Che spesso, quando i detenuti pendono nel vuoto con un cappio al collo, non si tratta di suicidio, ma di un’impiccagione inscenata dai secondini, per mascherare un omicidio a furia di percosse. Che dal carcere si esce peggio di come ci si era entrati, con una cattiveria in corpo che ti porta ad essere davvero un criminale.
Io non sono un dietrologo, tutt’altro: come san Tommaso, credo solo a quel che vedo. Ed è proprio questo il problema: chi di noi vede davvero cosa succede all’interno delle carceri? Chi controlla i controllori? La realtà è che nessuno vede niente, se non durante gli orari di visita e le aperture straordinarie, quando tutto appare sotto una luce deformante. E nessuno, o quasi, è disposto a scambiare due parole con un ex carcerato, istintivamente etichettato come soggetto pericoloso. Solo ogni tanto, e solo piegando clamorose resistenze, trapela qualche cosa: Cucchi, Aldrovrandi, un altro paio di cui ora non ricordo i nomi, i Cie, descritti come i lager dell’età contemporanea.
Se penso che, non lontano dalle nostre case, sorgono edifici pressoché impenetrabili, e già per questo degni di sospetto; che il nostro ordinamento si fonda necessariamente su questi potenziali buchi neri del diritto; e che la beneficenza, specie quella più ostentata, rischia di essere una facciata per coprire nefandezze di ogni tipo – allora mi assalgono, nell’ordine: un’angoscia indicibile per la sofferenza delle vittime sacrificali; una ferma indignazione per il modello sociale che abbiamo costruito ed accettato; e un lancinante senso d’impotenza, perché non so da dove cominciare per cambiarlo, e so che troverei ben poche orecchie pronte ad ascoltarmi.
Ma lo sconforto non può e non deve, mai, cancellare la speranza.

carcere

Per rendere più accettabile la vita in carcere, esistono alcune soluzioni praticabili: aumentare il turn-over del personale, per evitare che si formino “cupole” di potere con conseguente strascico di ricatti e favori; affidare il controllo dei controllori a una pluralità di soggetti, in dialogo fra loro; garantire forme di rappresentanza ai famigliari dei detenuti; promuovere adeguate politiche di edilizia carceraria e misure alternative alla detenzione in cella, per combattere il fenomeno del sovraffollamento. È difficile trovare un interlocutore credibile, sinceramente disposto a realizzare questi propositi: ma credo che scambiare due parole con un ex detenuto, ascoltare la sua storia e cercare di divulgarla sia un primo, piccolo passo in questa direzione. Perché l’opinione pubblica prenda a cuore l’argomento, e imprima nell’agenda di governo un principio sacrosanto: dal carcere si deve uscire migliori di come ci si è entrati.

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